I nostri pregiudizi sulle auto elettriche cinesi

Oggi, girando per le strade delle città o percorrendo un’autostrada, è impossibile non imbattersi in decine e decine di auto giapponesi (e coreane), ma mezzo secolo fa la tecnologia del Sol Levante era vista con sospetto e considerata inaffidabile, in quanto “scopiazzata” da quella occidentale.

Fu solo verso la fine degli Anni ’70 e, soprattutto, negli Anni ’80, che case come Toyota, Honda, Nissan e Mazda iniziarono a essere apprezzate dagli automobilisti per efficienza, basso costo e alto tasso di innovazione tecnologica. Gli esperti del settore pensano che questo fenomeno possa ripetersi con le auto elettriche cinesi che in futuro, sfruttando la rivoluzione elettrica, potrebbero dominare il mercato nel Vecchio Continente.

Diffidenza diffusa. Per esempio: qualcuno di voi conosce il nome di un marchio cinese a quattro ruote? La maggior parte avrà risposto di no. Attualmente le auto prodotte in Cina sono vittime dello stesso pregiudizio che investì quelle giapponesi, ossia che tutta la loro tecnologia sia una brutta copia di quella europea e americana. Forse un tempo era anche vero, se non fosse che nell’ultimo decennio il comparto produttivo del gigante asiatico ha subito una rivoluzione e con esso l’industria automobilistica locale, passando dalla produzione di cloni occidentali a vetture che competono per qualità con le migliori del mondo.

Rapida obsolescenza. Ciò nonostante, la difficoltà nel trovare acquirenti resta e una quantità importante di veicoli elettrici provenienti dalla Cina si sta oggi accumulando nei porti europei. Molte di queste auto restano rinchiuse in parcheggi per mesi, un fardello pesante per una tecnologia giovane, dato che i modelli diventano rapidamente obsolescenti e costringono i produttori ad aggiornarne gli hardware per renderli nuovamente appetibili.

Meno convenienti. Eppure la rivoluzione è già avvenuta nel settore della telefonia, dove marchi come Huawei, Xiaomi, Oppo e Honor hanno guadagnato ampie fette di mercato a discapito di quelli europei e americani. Ma proprio come accadde alle auto del Sol Levante, quelle del Dragone pagano la mancanza di immagine del brand, ma anche una situazione economica protezionista.

Il vantaggio, infatti, viene azzerato dai pesanti dazi doganali imposti dai paesi della UE (circa il 10%, ma suscettibili di revisione al rialzo) e dagli Usa (addirittura il 27,5%), e dunque i consumatori – a parità di prezzo – preferiscono affidarsi a chi conoscono maggiormente, ossia ai marchi storici o a quelli più noti come Tesla. Nonostante le recensioni indichino che le prestazioni dei veicoli cinesi eguaglino quelle delle auto occidentali in termini di gamma, qualità e avanguardia tecnologica.

Possibili soluzioni. Il passo successivo, quindi, è che la Cina stringa accordi commerciali vantaggiosi con l’Europa, come fu per il Giappone, quando il libero scambio agevolò l’invasione delle utilitarie nipponiche nel nostro mercato. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di concentrarsi sul settore delle auto aziendali o del car sharing per farsi conoscere dagli utenti.

È tutto? No. Il consumatore occidentale è notoriamente esigente, servirà perciò lavorare sul design (le auto giapponesi negli anni ’60 e ’70 erano considerate scatolette metalliche) e sull’immagine. In tal senso, le vittorie sportive potrebbero aiutare, come accaduto al Giappone con la Mazda, che vinse la 24 ore di Le Mans, e con Subaru e Toyota, che monopolizzarono il mondiale rally.

Fonte Focus.it

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