Vaticano: immobile Londra, arrestato Gianluigi Torzi

Edificio al n. 60 di Sloane Avenue

Accusato di estorsione e truffa rischia fino 12 anni reclusione


Il Promotore di Giustizia Vaticano ha interrogato e arrestato Gianluigi Torzi in relazione alla vicenda collegata alla compravendita dell’immobile londinese. All’imputato vengono contestati vari episodi di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la Legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione. Gianluigi Torzi è detenuto in appositi locali presso la Caserma del Corpo della Gendarmeria.

Oggi l’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale Vaticano, al termine dell’interrogatorio di Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura. Il provvedimento, a firma del Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e del suo Aggiunto, Alessandro Diddi, “è stato emesso in relazione alle vicende collegate alla compravendita dell’immobile londinese di Sloane Avenue, che hanno coinvolto – riferisce il Vaticano in una nota – una rete di società in cui erano presenti alcuni Funzionari della Segreteria di Stato. All’imputato vengono contestati vari episodi di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione”. Allo stato Gianluigi Torzi è detenuto in appositi locali presso la Caserma del Corpo della Gendarmeria.

Edificio al n. 60 di Sloane Avenue
Il palazzo al centro dell’inchiesta che ha portato all’arresto del finanziere italolondinese Gianluigi Torzi è un antico magazzino di Harrods nell’esclusivo quartiere di Chelsea, a due passi dallo snodo della Tube di South Kensington. Eretto nel 1911, all’epoca serviva come deposito per il più famoso department store del mondo, che a tutt’oggi si affaccia sulla Brompton Road a Knightsbridge, non troppo lontano da Sloane Avenue, tempio mondiale dello shopping e meta di 15 mln di visitatori all’anno (Omnia Omnibus Ubique, tutto a tutti ovunque, è il motto della casa).

Della struttura originale del vecchio magazzino di Harrods è stata conservata la facciata, con eleganti muri in mattoni di terracotta, che oggi racchiudono un nuovo edificio, costruito negli anni Novanta, caratterizzato da grandi vetrate. Il fabbricato sta al civico 60 di Sloane Avenue, a due passi dalla Galleria Saatchi e dalla fermata di Sloane Square, dove passano sia la District che la Circle Line della Underground londinese.

L’edificio è in un’area molto ben servita: dalla fermata di South Kensington (ci passano ben tre linee della Tube: la District, la Circle e la Piccadilly) ci si arriva in cinque minuti a piedi, camminando verso est. Ci passa l’autobus e nelle immediate vicinanze si trova una stazione del bike sharing londinese, sponsorizzato dal Santander. Al piano terra si affacciano le vetrine, mentre ai piani superiori si mischiano le facciate in terracotta, sia antiche che moderne, e le grandi vetrate.

Il palazzo ha diverse entrate: l’ingresso principale si affaccia su Sloane Avenue, con un’area di reception dalla quale si accede all’ascensore interno e alle scale mobili, per salire ai piani superiori. Ci sono poi accessi secondari su Sloane Avenue, Ixworth Place e Draycott Avenue. Dal retro si accede al parcheggio interno, con doppia corsia, di ingresso e di uscita.

A vendere il palazzo al Vaticano, che inizialmente stava valutando un investimento nell’estrazione di petrolio offshore in Angola, è stato il finanziere Raffaele Mincione. La Segreteria di Stato non ha acquistato direttamente le mura, ma ha sottoscritto le quote di un fondo che faceva capo a Mincione, Athena Capital Commodities Fund. Per quanto l’immobile sia di pregio, secondo le accuse il Vaticano ci avrebbe perso parecchi denari. E i progetti di ristrutturazione per metterlo a reddito, datano almeno dal 2016, ma richiedono spese non piccole.

Oltretutto, i soldi dell’Obolo di San Pietro, che in teoria avrebbero dovuto essere messi al sicuro nel mattone, sarebbero invece finiti a finanziare, sempre secondo le accuse, una serie di operazioni che facevano capo a Mincione, tra cui la sottoscrizione di un bond emesso dalla lussemburghese Time and Life Sa (anch’essa facente capo a Mincione) e l’acquisizione di azioni della Bpm.

Le quote del fondo sottoscritto dalla Segreteria di Stato al 30 settembre 2018 avevano già perso 18 mln di euro rispetto al valore dell’investimento iniziale. Ma la perdita per le finanze vaticane sarebbe ben più consistente. Oltre ai 18 mln persi per il deprezzamento delle quote del fondo, la Santa Sede ha infatti versato a Mincione altri 40 mln di euro, al fine di acquisire una buona volta l’intera proprietà del palazzo.

Neanche questa transazione, peraltro oggetto di speciale attenzione da parte degli inquirenti vista la grande sproporzione tra il valore dell’immobile (gravato da un mutuo oneroso) e il prezzo corrisposto, ha risolto la questione. Nell’ambito della transazione, dalla struttura complessa, il finanziere Gianluigi Torzi, subentrato per consentire alla Santa Sede di acquisire la proprietà del palazzo, aveva conservato un pacchetto di azioni con diritto di voto di una società anonima, la Gutt Sa, coinvolta nel passaggio di mano.

La Gutt ha cessato ogni attività il 5 settembre 2019 ed è stata radiata dal Registro delle Imprese lussemburghese, dopo lo scioglimento della società per volontà dell’azionista unico. Alla fine, il Vaticano ha dovuto sborsare altri 15 mln di euro per acquisire la proprietà dell’immobile, ora in mano alla 60 Sa Ltd, iscritta alla Companies House nel marzo 2019 con una sterlina di capitale iniziale e la Segreteria di Stato come unico azionista. In tutto, secondo le accuse, la Santa Sede ha sborsato oltre 350 mln di euro per un palazzo che la Time and Life di Raffaele Mincione aveva acquisito, nel 2012, per 129 mln di sterline.

Il molisano di Londra
Sul suo account Twitter, muto dal 2016, campeggia la foto di un mojito. Scorrendo la timeline, si notano un appetitoso piatto di farfalle, con basilico e guanciale, e un retweet di una frase di Bernie Sanders. Gianluigi Torzi, banker molisano trapiantato a Londra arrestato oggi dalle autorità vaticane con l’accusa di estorsione, truffa e peculato, conserva tuttora cariche nelle società di famiglia, tra cui la Microspore di Larino, in provincia di Campobasso, quotata all’Aim e attiva nei fertilizzanti minerali ed organici.

Piuttosto conosciuto nella sua regione, dove è salito agli onori delle cronache anche per una vicenda legata ad una villa al mare in comproprietà con l’ex presidente della Regione Paolo di Laura Frattura, Torzi è attivissimo nella capitale britannica. I registri d’Oltremanica lo indicano come amministratore in carica di ben sei società: Lh Inv Uk, Jci Credit, Vita Healthy, Lighthouse Group Investments, Artlove Uk e Jci Ib.

Tutte hanno lo stesso indirizzo, il civico 33 di Bruton Place, a Mayfair, a due passi da Hyde Park. Il finanziere, che ha iniziato come broker e poi è passato all’investment banking e alla finanza corporate, è finito recentemente sui giornali, oltre che per l’affare del palazzo di Sloane Avenue, anche perché, secondo quanto ha raccontato lui stesso alla stampa, sarebbe stato contattato da Vincenzo De Bustis nel dicembre 2018 affinché curasse il collocamento di obbligazioni subordinate della Banca Popolare di Bari, operazione poi saltata per mancanza di compratori.

Il finanziere molisano, come riporta il sito specializzato britannico Law360, è stato citato in giudizio il 12 aprile 2019 per frode commerciale davanti all’Alta Corte di Giustizia dell’Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net Insurance, che ha un parterre di azionisti di rilievo (tra gli altri Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra).

La controversia riguarderebbe un ammanco di Btp scoperto dall’attuale amministratore delegato, Andrea Battista, titoli che la precedente gestione di Net Insurance aveva messo a disposizione in occasione dell’emissione di obbligazioni, curata proprio da Torzi. Nell’ambito della controversia i conti del finanziere molisano, ha riferito il Sole 24 Ore il 22 maggio scorso, sono stati congelati.

E’ probabile che elementi a sostegno delle accuse nei confronti di Torzi siano arrivati anche dalla Svizzera. L’inchiesta avrebbe subito un’accelerazione dopo che l’Ufficio Federale di Giustizia della Confederazione ha inviato alla Santa Sede, con una nota diplomatica del 30 aprile scorso, una “prima parte” dei documenti richiesti dal Vaticano, che si è rivolto a Berna per avere assistenza, come riportato dalla Neue Zuercher Zeitung e dall’Adnkronos.

Che cos’è l’obolo di san Pietro
L’Obolo di San Pietro è  un’offerta che i fedeli fanno alla Chiesa cattolica, in particolare al Papa, perché abbia i mezzi per provvedere alle necessità materiali della Chiesa. Sono questi soldi, donati dai credenti di tutto il mondo al Papa per finanziare opere di bene, che sono finiti nell’affare del  palazzo di Sloane Avenue, a Londra, che ha aperto una “voragine” nei  conti d’Oltretevere. L’Obolo ha origini molto antiche: assunse forma stabile nel VII  secolo, quando venne portata a termine la conversione al cristianesimo degli Angli e dei Sassoni, iniziata e voluta da Gregorio Magno, papa  dal 590 al 604. L’Obolo nacque come segnale di vicinanza alla Chiesa di Roma di quelle genti lontane, di cui sappiamo grazie a Beda il  Venerabile, monaco e storico anglosassone, vissuto a cavallo tra il  VII e l’VIII secolo. L’Obolo si è poi evoluto nei secoli ed è stato formalizzato dai vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, nel 1965.       

Nella Costituzione apostolica Gaudium et Spes, promulgata da Papa  Paolo VI, si stabilisce che “le cose terrene e quelle che, nella  condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura che la  propria missione richiede”. Nella pratica l’Obolo viene raccolto ogni anno dalle diocesi e dalle parrocchie il 29 giugno, Festa di San  Pietro e Paolo, o nella domenica più vicina a quella data. Lo si può  versare anche in qualsiasi momento l’anno su un conto corrente  postale, oppure con bonifico bancario alla Fineco Bank, già del gruppo Unicredit (oggi è una public company, con il colosso BlackRock come  primo azionista, all’8,8%). 

Fonte Rainews.it

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